Operazione: Overlord

Normandia, 6 giugno 1944.
Arrivato a Bayeux in perfetto orario mi trovo in una stazione molto piccola, due binari, simile a quella dei nostri paesini prima che arrivasse la sopraelevata. Imbocco il sottopassaggio che mi porta all’uscita. Davanti a me un parcheggio disfatto, ai bordi della strada cumuli di asfalto divelto. Su questo campeggia un manifesto largo 10 metri che rappresenta le spiagge pubblicizzando tour guidati per i luoghi “du debarquemènt”. Mi avvio verso la strada, come al solito senza informarmi preventivamente della direzione da seguire. Sempre stato così. Mi trovo su di una sorta di strada statale, boulevard Sadi Carnot, che dopo scoprirò che fa il giro intorno a Bayeux, un po’ come i viali a Bologna. Vedo un cartello che indica ‘centre ville’, lo seguo. Inizia a piovere, un bel temporale che mi dà il benvenuto e che mi fa capire che le mie speranze di un giorno soleggiato sono state prontamente disattese. 

Entro nel paese, alla mia destra una serie di piccole case, una aveva una collezione di nani da giardino, la peculiarità sta nel fatto che non aveva il giardino, ma erano tutti ammassati su una finestra. Qualcosa di orribile deve accadere in quella casa.

Arrivato in centro mi butto in un negozio di souvenirs, voglio tastare il terreno, capire la popolazione del nord, se sono davvero ospitali e sempliciotti come li descrive il film campione d’incassi in Francia. Compro una calamita per mia sorella, raffigura uno dei tanti mezzi anfibi che trasportò nel 1944 decine di migliaia di soldati. Chiedo alla signora informazioni sull’ufficio del turismo, mettendo come al solito alla prova il mio francese, questa mi risponde in tono molto cortese indicandomi la direzione da seguire. In pochi minuti arrivo zuppo d’acqua nell’ufficio, entro sporcando di fango il limpido pavimento, mentre fuori esce il sole. Non sarà il primo mutamento di clima del giorno.

Parlo con la ragazza del desk che mi prospetta le diverse opzioni: 

1) bus – ok, però non riesci ad arrivare a pointe du hoc,

2) allora taxi – ok, te lo prenoto. Però non è la soluzione più economica.

Altrimenti?

3) noleggia una bicicletta – ma il tempo non lo permette.

Allora che fare?

4) noleggia un auto! – ottima idea bionda! Chiama il tizio che noleggia le auto!

Dopo aver chiacchierato un altro po’, mi dirigo verso l’officina. Passo per il centro di Bayeux fermandomi ad un tabacchi. Mi faccio mostrare i sigari in vendita. Scelgo un Romeo y Julieta n. 5. Chiedo dei mathces, la signora mi dice che in francese si chiamano Allumettes.

Mi attende una twingo turchese, nuova di zecca, ma pur sempre turchese. Si può andare a visitare il pointe du hoc con una twingo turchese?

Firmo il contratto e parto. La macchina è silenziosa e anche comoda. Ma sempre turchese, speravo che guidando fosse diventata nera, verde scuro, ma niente.

Arrivato alla rotonda di Pont Vaucelles, sbaglio e vado dritto, mi trovo a Tour en Bessin, e non a Port en Bessin, dov’ero diretto. Una sana inversione di marcia e mi rimetto sulla dritta via. Imbocco la direzione giusta, prima verso la Boulevard Eindhoven e poi prendendo la Rue de Port en Bessin. Durante il viaggio si possono scorgere monumenti ai caduti ovunque, soprattutto francesi e americani, normale considerando che la battaglia di Omaha beach vide interessate le forze armate statunitensi, mentre i francesi erano, seppure in minore quantità, coinvolti ovunque. 

Proseguo per circa 8 km fino a Port en Bessin, all’incrocio giro verso Rue Maréchal de Tourville. Il sole va e viene da dietro le nuvole. Mentre guido, l’istinto mi dice di guardare a destra. Il mare! Bellissimo, immenso, blu come non mai. Sorrido.

Guido per altri 20 km sulla strada D514, fino a Saint Pierre-du-mont, seguendo le indicazioni “Pointe du Hoc”. Arrivato nel paesino, giro a destra verso la mia destinazione. Parcheggio la mia twingo turchese con l’ansia del bambino che ha paura di trovare i cancelli di Gardaland chiusi. Un’ansia inspiegabile. Davanti a me vedo le bandiere degli USA e della Francia, tese dal gran vento che soffia verso il mare. 

Percorro il lungo viale che porta al luogo della battaglia, alla fine di quest’ultimo si trova un monumento circolare, in ferro, in cui si racconta la presa del pointe du hoc. Ed anche un racconto del Presidente Reagan in cui descrive le modalità di assalto: “i rangers lanciavano la corda ed iniziavano ad arrampicarsi, se uno cadeva, un altro era pronto a prendere il suo posto. Se una corda veniva tagliata, un’altra veniva subito lanciata, uno ad uno i rangers scalarono la roccia per la riconquista del continente.” 

Supero questo monumento e mi dirigo verso la scogliera: davanti a me una distesa di buchi di bombe, bunker e casematte. Inizia a piovere. Entro in una casamatta tedesca, sembra assurdo, sento puzza di zolfo, di bruciato… Si riesce a percepire tutto l’odio ancora concentrato all’interno di quei muri. Le porte delle casematte sono molto basse, bisogna piegare la schiena per entrarci. All’interno dei muri vi erano dei buchi che molto probabilmente erano riempiti da armadi contenenti armi e altri oggetti necessari a vivere all’interno di quei blocchi. La pioggia penetra nel cemento formando muffe e trasformando il terreno in fango. I miei jeans sono già diventati marroni, le mie scarpe da bianche sono ormai nere. Scoppia un temporale. All’improvviso, tutti i turisti che come me stavano visitando il pointe du hoc si sono dileguati, sono rimasto da solo, una sensazione bellissima. Dopo un po’ scopro che si erano rifugiati tutti in una delle più grandi casematte presenti su quel terreno. Strano pensare che quello che prima era un posto strategico dal quale il 6 giugno del 1944 si riusciva ad intravedere la potenza delle 5000 imbarcazioni dirette verso la costa, è diventato, seppur per poche decine di minuti, meta di riparo dalla pioggia per turisti.

Il temporale si fa talmente forte che non riesco più a restare all’aperto, vado a far compagnia agli inglesi che con le loro famiglie commentavano l’ even darker sky che si profilava all’orizzonte. Faccio un veloce controllo delle condizioni del mio abbigliamento: sono zuppo d’acqua, ormai è entrata dappertutto. Il sigaro che avevo in tasca si è bagnato alle due estremità, mentre la scatola di fiammiferi è ormai inesistente, e tutti i fiammiferi sono sparsi nella tasca della giacca. E’ fortunatamente salva la parte necessaria ad accenderli. 

Alle 12.30 ricevo da mio padre il seguente sms: Mon General, come va la battaglia?

Cerco di rispondere: Sono all’interno di una casamatta tedesca al pointe du hoc.

Nessun servizio. Desisto. 

Al primo cenno di diminuzione della pioggia esco dal bunker, vado verso l’estremità della costa, in un punto in cui il campo si allunga creando un vertice stretto verso il mare. Da qui si può anche scendere, andando ancora più vicino alla costa che si getta a strapiombo sul mare. Odore di erba bagnata e versi di gabbiani accompagnano la mia discesa. Mi sporgo verso il mare cercando di fotografare con la mente le due estremità dell’insenatura in cui mi trovo. Davanti a me l’orizzonte, facile per chi ha rivisto tante volte quelle scene, immaginare le migliaia di imbarcazioni dirette verso la costa. Alla mia destra il muro della scogliera è coperto da una rete protettiva, a sinistra pochi metri di spiaggia si infrangono contro la parete della costa. 

Risalgo su, mi avvicino ad un monumento ai Rangers, a forma di ancora: “To the heroic ranger commandoes D2RN E2RN F2RN of the 116th INF who under the command of colonel James E. Rudder of the first american division attacked and took possession of the pointe du hoc”. Spettacolo.

Raggiungo un’altra casamatta, questa è la più particolare, ve la descrivo: si entra scendendo 6-7 gradini, il primo ambiente a cui si accede è di una decina di metri quadrati, ovviamente adesso privo di tutto, ma sono sicuro che 70 anni fa era pieno di scrivanie, armi e divise.

Sia a destra che a sinistra ci sono porte da cui si va per altre stanze, anche qui è percepibile un odore strano. Rientrando nella stanza principale, vado verso la porta posta in direzione del mare, aver visto Salvate il soldato Ryan mi permette di sapere cosa mi aspetta: una stanza semicircolare, dal muro si apre una fessura che permette una visione di quasi 180 gradi. Da qui partivano i cannoni della contraerea ed i mitragliatori. I tedeschi non immaginavano un attacco dal mare, pensavano che nessuno sarebbe stato così pazzo da attaccare con mezzi anfibi, ma questo non fu l’unico degli errori che i nazisti commisero nel giugno del ’44. Così quella casamatta non era dotata di cannoni da 88, utili per colpire le imbarcazioni. Questa mancanza portò i tedeschi a dover attendere l’arrivo dei rangers, e solo quando si trovarono faccia a faccia con loro riuscirono a combatterli, tagliando le funi e sparando verso il mare. I rangers dal loro canto rispondevano con fucili e granate. Dei 235 rangers sbarcati al pointe du hoc, solo 90 proseguirono la loro marcia verso Parigi. 

Dopo aver visitato tutte le strutture presenti, vado verso il punto più estremo a ovest, cercando di memorizzare tutte le sensazioni che provo , i profumi che sento, le immagini che vedo, perfino il fango sui miei pantaloni ha un sapore speciale…

A questo punto, inebriato dalla bellezza di tutto quello che mi circonda, come al solito non so cosa fare: inizio ad andare avanti e indietro, cercando di rendere eterno quel momento. Mi convinco del fatto che devo combattere questa mia incapacità di gestire la bellezza e vado verso la costa, inizio a pensare. Penso a tutti quelli che dalla costa britannica sono partiti per combattere la tirannia del nazismo, penso alla bellezza del mondo.

Dopo aver contemplato il mare, infilo la mano destra nella tasca della giacca, prendo il sigaro, bagnato alle estremità. Nella tasca trovo tutti i fiammiferi fuori dalla scatola, anzi la scatola non esiste più, è tutta bagnata. Inizio a provare ad accenderne uno, il vento distrugge le mie speranze. Dalla tasca mi cadono due allumettes, li raccolgo, mai lascerei del pattume in giro, figuriamoci in quel luogo sacro. Uno dei fiammiferi però è andato a finire in mezzo ad una pianta scura, tipo marcia, con una margherita in mezzo. Lascio il fiammifero lì. Dopo 5-6 fiammiferi decido di andare a ripararmi dietro un muro. Lì finalmente riesco ad accendere il mio Romeo y Julieta. Ogni boccata è una soddisfazione, ogni tiro ti fa capire perché Churchill non ne lasciava nemmeno uno “non fumato” interamente.

È tornato il sole, aumentano i turisti, torno a prendere la mia twingo turchese.

Mi avvio verso il parcheggio, sono zuppo d’acqua, tutto sporco. Faccio un breve inventario delle cose presenti nelle tasche: monete, scontrini, fiammiferi, tanti fiammiferi.

Accendo macchina e riscaldamento, sento un freddo fastidioso.

Riparto verso Vierville sur mèr, al primo cartello “Omaha beach” giro a sinistra. Dovete sapere che le spiagge della Normandia erano divise in 5 zone, alle quali furono dati 5 nomi convenzionali. Partendo da ovest: Utah, Omaha, Gold, Juno, Sword. La spiaggia di Omaha era degli statunitensi. Qui ci fu la battaglia più efferata, i soldati non riuscivano a fare breccia nel muro che i nazisti avevano eretto tra la spiaggia e i campi dei contadini. Dopo ore di lotta, gli americani riuscirono a bucare il cemento utilizzando i bengalore. Questi erano esplosivi a forma di tubo che si univano insieme ad incastro, poi venivano lanciati nei muri e fatti esplodere. All’interno dei buchi realizzati venivano poi inseriti dei potentissimi esplosivi che avrebbero buttato giù qualsiasi edificio.

Parcheggio la twingo turchese proprio davanti alla spiaggia, sto un po’ a guardarla, in tutta la sua immensità. L’orizzonte è una linea dritta che unisce il mare al cielo.

Scendo sulla sabbia, era immacolata. Tutti gli altri turisti restavano sul bagnasciuga, a me non puoi chiederlo. Le mie Nike segnano il cammino sulla sabbia. Il mio esempio viene seguito da una signora anziana con suo nipote. Le chiedo di scattarmi una foto. Lei molto gentilmente mi chiede di aspettare suo marito in quanto non sa usare l’iPhone. Iniziamo a chiacchierare, crede sia americano. Non so se sia stato il mio berretto dell’america’s Cup a fuorviarla, ma dice che ho un accento statunitense. Così prendo a parlare francese, raccogliendo i suoi complimenti. Mi dice di essere di Lione. Arrivato il marito, lei gli chiede di scattarmi una foto. Odio mettermi in posa davanti agli estranei. Controllo la foto. Tutto rosso. Aveva messo il dito davanti all’obiettivo. Dopo 3 tentativi ce l’abbiamo fatta.

Vado a toccare l’acqua. Sono un bambino.

Riaccendo il sigaro. 

Sono le 3, non ho fame, ma so che devo mangiare. Vado al bar che affaccia sulla spiaggia. Ordino un croque monsieur, un toast al prosciutto cotto, con del formaggio sulla fetta superiore. Ha un buon sapore, burroso, molto frequente in Francia.

Resto un altro po’ a guardare il panorama. La marea si è abbassata e la spiaggia adesso sembra più grande. 

Riprendo la twingo turchese. Scelgo la strada panoramica. Arrivo alla prima rotonda. Alla mia sinistra vedo il monumento “Les braves”. Questo rappresenta i tre elementi della vittoria del 44: speranza, libertà, fratellanza.

Continuo sulla strada e finisco in un vicolo cieco. Questo mi dà nuovamente la percezione del fatto che la Normandia sia un museo a cielo aperto. Alla fine della strada c’è un’altra casamatta tedesca, all’interno un cannone originale. Il gruppo di inglesi che la stava visitando non entra all’interno, l’ingresso era allagato. Io ci entro lo stesso. Sempre la stessa sensazione: paura. All’esterno un monumento dedicato ai rangers “For those who fought and died for freedom 1944 – 1945”

Entro in macchina, sono le 3,45, devo essere al cimitero prima delle 4,30.

Impiego 10 minuti. Nel parcheggio vedo degli uomini uscire da un mini van. Appena fuori indossano giacca e cappello dei rangers. Mi sono emozionato. Erano dei militari in pensione.

Entro nel Memorial del cimitero, faccio i controlli di sicurezza e scendo giù. Viene proiettato un video in cui si raccontano le storie degli americani che giacciono nel cimitero di Colleville Sur-Mèr. Vengono lette le loro lettere ai familiari. Sento sempre la stessa parola: I want. Molti erano volontari, mentivano alla famiglia, dicevano che erano stati arruolati. In realtà erano loro che si erano fatti avanti. Non posso che inchinarmi al loro spirito.

Alle 4 inizia un breve film all’interno del cinema presente nel Memorial. Si racconta la storia del d-day.

Alle 4,20 visito il cimitero. Un luogo incredibile. Le tombe si estendono in un campo lungo forse 100 metri, 9 mila tombe, alle due estremità sono presenti il monumento alla gioventù da una parte, la Francia e gli USA dall’altra. In mezzo una cappella, all’interno bandiere e dediche ai soldati: “think not only upon their passing, remember the glory of their spirit”. La pelle d’oca è niente a confronto. 

Riprendo il cammino tra le tombe. Prego per la memoria di quegli uomini. Parlando direttamente con loro, li ringrazio per la libertà per cui si sono sacrificati.

A bordo della mia twingo turchese mi avvio verso Bayeux. Sono le 5. Mi fermo prima a guardare i carri armati fuori ad un museo. Poi mi fermo a leggere la scritta su un monumento eretto dagli inglesi: “nos a Guglielmo victi victoris patria liberavivum”. Zeppata.

Arrivato a Bayeux restituisco la twingo turchese. Faccio il pieno. C’era anche un italiano che metteva la benzina. 

Faccio un giro per il centro, acquisto qualche souvenir e ordino un waffel al cioccolato. Tira un forte vento. Io e il barista scherziamo sui tovaglioli che volano.

Vado verso la stazione. Prendo il treno per Parigi delle 6.50.
“For those whu fought and died for freedom”.

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